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Il mondo di Zazzauser: cinema, musica, surf da onda, ed altre faccende "d'amore, di morte e di altre sciocchezze" o più in generale tutto ciò che mi passa per la testa...
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Regia: Jason Reitman
Anno: 2007
Genere: Commedia drammatica
Cast: Ellen Page, Michael Cera, J.K.Simmons, Jason Bateman, Jennifer Garner, Allison Janney, Olivia Thirlby
6½ / 10
Juno è sicuramente un film intelligente, ben scritto e molto divertente, ma sinceramente non condivido la (prevedibilissima) ondata di entusiasmo che ha investito pubblico e critica.
Con Little Miss Sunshine, bel film che però ha riscosso consensi francamente esagerati, sembra aver ormai preso piede un nuovo filone cinematografico, quello della commedia indipendente falsamente anti-hollywood, sulla cui onda è arrivato anche questo Juno. Sicuramente entrambi i lavori sono stati vittime (ovviamente più che soddisfatte) di una sopravvalutazione diffusa soprattutto da parte degli Awards minori e più di nicchia rispetto al colosso dell'Academy. E non si fa fatica a capire che è proprio su di essi che Diablo Cody (sceneggiatrice indipendente "pescata" dalla rete dallo Jason Reitman) e lo stesso Reitman volevano pigiare la mano. Del resto, i punti di forza di questo nuovo stile cinematografico sono la semplicità e la quotidianità di ciò che racconta in rapporto a temi importanti (era il fumo in Thank you for smoking, la morte - e l'omosessualità - in Little Miss Sunshine, la gravidanza qua), in cui tutti si possano riconoscere, l'utilizzo di un linguaggio gergale/familiare, l'impianto irriverente e sarcastico del come si racconta, la frizzantezza dei botta e risposta, ma soprattutto la forte volontà di apparire come "alternativi" rispetto ai canoni sia cinematografici che sociali di Hollywood e delle grandi città globalizzate. Piccole città di provincia, nuclei familiari modesti e semplici (il padre che vende condizionatori da generazioni, la madre che cuce gatti all'uncinetto), messi forzatamente in contrasto coi mondi estranei ad essi (il mondo delle baby-miss nel film Dayton/Faris, emblema della potenza dell'apparire nella società di oggi - l'abbiente famiglia mulino bianco ostinatamente perfezionista qua), persino i costumi, vestiti dozzinali e quasi ridicoli, l'aria sorniona di Paul Bleeker, le battute a raffica sempre irriverenti fino ad arrivare all'assurdo.
La trama piace e coinvolge, ma quasi per principio, e lascia la sgradevole sensazione di esser stato preparato ad hoc per un pubblico che si possa in esso riconoscere, come se i personaggi stralunati, paradossali ed un minimo grotteschi sembrino cercare diretta corrispondenza in chi guarda; sembra che Reitman, nel dubbio fra lo scegliere il dramma e la commedia brillante si sia gettato semplicisticamente nel mezzo donando il solito gusto agrodolce alla vicenda (in medio stat virtus, dopotutto), risolvendo tutto in una risata o in una parolaccia, al grido del "vedi, noi siamo tonti e poveri, ma siamo anche noi sinceri, senza peli sulla lingua e capaci di amare".
Alla fin fine, promosso, ben costruito e soprattutto molto divertente, ma sicuramente un po' troppo artificiale. Si nota una certa forzata sincerità di fondo che cerca il consenso dello spettatore nel politically incorrect (una tendenza abusata fin troppo) che nasconde certi difetti che vengono a galla quando ormai l'entusiasmo "a caldo" scema e prevalgono l'occhio critico e razionale "a freddo".
Regia e sceneggiatura: Eran Kolirin
Anno: 2008
Genere: Drammatico / Commedia
Cast: Sasson Gabai, Ronit Elkabetz, Saleh Bakri, Khalifa Natour
8+ / 10
La divisa azzurra della banda sembra stagliarsi nell'aridità del deserto e nella solitudine degli sfondi come in quadro surreale, come la premonizione di una ventata d'aria fresca, come il presagio di un viaggio interiore di rivalutazione personale apparentemente senza meta né senso. L'ouverture (l'inizio, quindi) incompiuta al clarinetto del vecchio vice-direttore d'orchestra (Simon nel film) sembra voler dire che si possono ancora scrivere le note della nostra vita futura, anche se crediamo di essere alla fine e che la nostra esistenza sia stata solo un'opera incompiuta, e il miglior modo di trovarle è nella semplicità e nell'innocenza dei bambini (Simon trae ispirazione dal ninnolo del bimbo che sta dormendo), in modo che il ricordo delle nostre azioni prosegua in loro. Persino in un microcosmo arido, desertico, statico, quasi assurdo, che vive solo nel ripetersi di certi moduli quotidiani (l'aspettare - in apparenza inutilmente - la telefonata della propria ragazza tutte le sere) la forza unificatoria dell'amore e dei sentimenti, ma anche l'universalità della musica (Summertime di Gershwin vista come elemento agglomerante), trionfano in un luogo dove tutto sembra essere morto da tempo; le differenze culturali, linguistiche, religiose, sintomo di apparente incomunicabilità, cadono di fronte a ciò che è universale, come la musica e l'amore (tant'è vero che un mussulmano può insegnare ad amare ad un ebreo, come fa Khaled nella pista di pattinaggio) e che invece il contrario può portare alla morte (Tewfiq - un bravissimo Sasson Gabai - che perde figlio e moglie perchè incapace di capirli). Ottime la regia e la fotografia ed intelligente la sceneggiatura, insomma un vero gioiellino malinconico e drammatico senza banale retorica e molto acuto.
Stavolta mi ci sono messo d'impegno a caricare i video del nostro viaggio su youtube. Ma dato che non so come si utilizzi l'embedding diretto sul blog (...vergognati...) mi limiterò a fare la figura dell'incapace e posterò i semplici link ai singoli video. Se vi sembreranno solo riprese fatte alla cazzo di cane mi scuso ma al prossimo viaggio cercherò di liberarmi dal pensiero di dover catturare, della mia vita e dei miei viaggi, non solo i momenti più importanti, ma qualsiasi situazione io viva - ah, presto caricherò i video di Rimini che sono spassosi. Compreso un video che ritrae la custodia della mia macchina fotografica che va su e giù sulla mia pancia che si alza e si abbassa per il respiro... momento di relax in spiaggia: momento giusto da stoccare nel grande serbatoio dei ricordi dimenticabili...
Video di La Turbie
Video n° 1
Video n° 2
Video n° 3
Perdonate l'assenza prolungata da questo blog, ed il ritardo mostruoso col quale pubblico le foto, ma come alcuni di voi sapranno le cose in questo periodo non vanno benissimo, e fra le mille cose ed i progetti che mi ero prefisso prima ho dovuto scegliere le mie priorità, trascurando un po' il blog e la compagnia della ruota.
Eccoci al secondo viaggio di questa strepitosa compagnia di amici erranti. Il più bello e divertente del 2007 per la compagnia, il più bello di sempre per me. Lo spettacolo del tramonto dell'osservatorio di La Turbie, la sensazione di sentirsi padroni dell'intero creato, l'orgoglio infantile di aver raggiunto la somma vetta solo grazie alle proprie forze e ad un fido ed instancabile compagno che regge il tuo pesante deretano per ore, macinando asfalto e bevendo benzina, contrastava con la malinconica consapevolezza che il giorno terminava e che presto tutto sarebbe finito. La quotidianità ritorna, l'ora d'aria è terminata e ti incammini nuovamente verso la cella dei problemi di tutti i giorni.
Ringrazio tutti coloro che hanno partecipato (Mollin, Inso, Carlo, Nico, Breglia, Stanca e la new entry Andrea alias Inso's elder brother), non per qualche merito particolare, ma solo per il fatto di esserci stati, per avermi fatto vivere un'esperienza che in futuro guarderò sempre con nostalgia, come una piccola parentesi serena in mezzo alle brutture della vita. Ne sia testimone questa foto, davanti alla quale personalmente rido di gusto ogni volta nel vedere sette facce sorridenti dimenticare, per una frazione di secondo, giusto il tempo che impiega un obiettivo ad aprirsi e chiudersi, ogni cosa: in quel momento esisti solo tu, ciò che ti circonda, e al massimo chi ti sta accanto. E non penso esista uomo più felice di colui che prova questa genuine sensazioni anche solo per un istante.
Godiamoci queste foto, Hot Rods, perché un giorno, quando saremo vecchi, se avremo la fortuna di reincontrarci o se ancora più ottimisticamente continueremo a frequentarci, guarderemo con il sorriso ad esse, su computer marchiati come vetustà degli inizi del ventunesimo secolo, come le più vivide testimonianze della nostra adolescenza, dei nostri magici 17 anni: l'età delle seghe, delle delusioni d'amore, della pigrizia mentale o della rivolta, l'età della contestazione, del grande passo alla maggiore età, l'età in cui la vita ti mette per la prima volta di fronte alle scelte più difficili, l'età dell'insicurezza e dei complessi giovanili, l'età in cui vorremmo essere ancora bambini ma vogliamo comportarci da grandi, l'età delle cazzate in generale, del distaccamento dal nucleo familiare, l'età di transizione per eccellenza. Forse il momento della vita più incasinato ed incomprensibile. Ma anche il più magico ed il più vero, il più utile a farci capire a cosa realmente andiamo incontro. Un miscuglio informe di sensazioni contrastanti, il periodo in cui la vita ti dimostra quanto può essere malvagia e benevola a distanze di tempo ravvicinate, come se uno ti desse un cazzotto nello stomaco e poi ti accarezzasse come se nulla fosse successo. E tu non puoi far altro che incassare il cazzotto e approfittare e godere della carezza. Il periodo in cui la vita ti fa credere di essere impotente di fronte al suo caos, al suo butterly effect, ai capricci del destino, ma ti insegna neanche troppo inconsapevolmente a combattere perchè stia alle tue regole, invece di demoralizzarsi sottostando alle sue.
Insomma, che cazzo di età. Agrodolce e contraddittoria sarebbero i due aggettivi più azzeccati. Vittorie e sconfitte, autostima e depressione, fiducia nel futuro ed attaccamento al passato. Ve lo confesso, io non ci capisco più un cazzo. Però rimango fedele al mio motto:
«O fai di tutto per vivere, o fai di tutto per morire.
IO HO SCELTO DI VIVERE.»
Alla prossima avventura ragazziiiiiiiiiiiiiiiii!!
Regia: Andrea Molaioli
e non, di tutti i personaggi, decisamente attenta ed approfondita (fondamentale e ben analizzato il rapporto genitore-figlio) che impreziosisce una trama che sembrava avere come fine unico ed ultimo la scoperta del colpevole ma che invece costruisce una specie di trama parallela e forse più importante che evolve partendo dal background di ogni personaggio, creando un interessante interazione fra dramma interpersonale e giallo investigativo – anzi, si potrebbe anche concludere che “La ragazza del lago” sia in realtà soprattutto un film drammatico, solamente “mascherato” da whodunit (operazione, anche qua, tentata con successo dal Sorrentino di “Le conseguenze dell’amore”).
te inquadrature (la già citata scena di Servillo e Sciarappa di schiena con lo sfondo del lago).On the road again. Non è la prima volta che la compagnia della ruota si riunisce e compie i suoi onirici (ma neanche tanto) viaggi in moto nel desolato e vasto entroterra imperiese, in posti deserti, soli e circondati solo dal nulla, ma questa sarà la prima volta che le sue imprese verranno divulgate tramite quello che per certi versi potrebbe essere un diario elettronico - questo blog - e quasi la prima volta che sono state seriamente documentate nel loro complesso, nella loro vera essenza.
Carlo non me ne voglia, ma sinceramente quando scatto fotografie non penso a fare le foto non sfocate e con l'elemento che si vuole fotografare centrato, a catturare paesaggi suggestivi o a ritrarre quattro persone in posa con sorrisi da manuale. Ho un'idea diversa di "fotografia", tra virgolette appunto perché fotografia lo è solo tecnicamente e non letteralmente: la fotografia è arte ed i miei scatti non hanno niente di artistico - è semplicemente quello che vedo, che sia un bel tramonto o Nico che fa una smorfia, che siano le moto in tutto il loro splendore o Inso che alza il terzo dito o i miei piedi mentre mi stravacco sulla moto.
Il trip fotografico sarà spartito in più messaggi quindi continuerò il soliloquio filosofico nel prossimo post...
- Partenza, ore 16.15 - Benzinaio di Ospedaletti - Mollin

- Inso, Nico, Carlo ed un intruso

- Autoscatto del fotografo
- La Vespa 125 del '76 di Inso, con sistemazione olio ergonomica

- Sulla strada per Camporosso. Aligi, Mollin, Inso

- Nicola con I-Pod

- Dal basso in alto

- Aligi di schiena




... SI'!



- Paesaggio




7.5 /10
La casa dalle finestre che ridono è un thriller/horror in pieno stile italiano anni '70, ma di fatto è in continuo bilico fra i due generi, e subisce contaminazioni anche dal genere sentimentale e soprattutto dal giallo. Se infatti la pesante influenza quasi scolastica di Profondo rosso di Dario Argento è più che evidente - molti i punti in comune, l'oscillazione fra thriller e horror, l'importanza del disegno come testimonianza indelebile ma muta di orrori passati, la demonizzazione della donna, il concetto (controverso per altro) di casa, alcune scene speculari - si notano contaminazioni anche dal primo Dario Argento, prima della graduale conversione all'horror, e quindi dai film della trilogia degli animali, laddove il protagonista (come ad esempio in Il gatto a nove code) diventa automaticamente (e suo malgrado) investigatore sugli strani fatti che accadono e risolutore della faccenda.
Tornando al film, il concetto di casa - come esplicato dopotutto dal titolo - è centrale in questa pellicola: la casa è il posto rassenerante e confortevole per antonomasia, lo dice persino la psicopedagogia in quanto secondo alcuni studi i bambini identificherebbero nella stessa configurazione casalinga un viso materno: la porta è la bocca, le finestre gli occhi, il tetto un buffo cappello, le tende alle finestre le ciglia. Ritroviamo infatti questa fiducia inconscia nel film di Avati, ma minata e distrutta dallo stesso regista che approfitta di questa serenità interiore nel guardare al contesto casalingo per spaventare di più lo spettatore: le finestre sono labbra che sorridono, ma con un'espressione beffarda e demoniaca, sono le risa diaboliche dell'edificio che, come le persiane chiuse, nascondono verità insospettabili e raccapriccianti (bellissima la locandina in questo senso).
Un film che sebbene ispirato a sua volta, ha steso le basi sulle quali molti registi di quegli anni si baseranno.Trama non originalissima, ma avvincente, disturbante, ben preparata, che evolve per sfociare in uno dei finali più indovinati (non necessariamente belli, s'intenda) che abbia mai visto.
Regia: Elem Klimov
Anno: 1964
Genere: Commedia
Durata: 71 minuti
Cast: Evgeni Evstigneev, Viktor Kosykh, Alina Arejkova, Ilya Rutberg
Voto: 8.5 / 10
"Una commedia satirica sulla stupidità delle persone incaricate dell`educazione dei bambini. Il film è ambientato in un campo estivo dei cosiddetti Pionieri sovietici, ragazzi dai 9 ai 14 anni uniti in una vasta organizzazione controllata dall'apparato statale". [trama da fuoriorario.rai.it]
Dobro Pozhalovat, ili Postoronnim Vkhod Vospreschyon (titolo originale) è una divertente ed intelligentissima commedia satirica dei primi anni di Klimov (autore del famoso Va' e vedi del 1985) sull'incapacità degli adulti di educare i bambini: si svolge nella colonia estiva dei Pionieri sovietici, realmente esistita, e controllata all'epoca dall'apparato statale. Per questo si tratta anche e soprattutto di una gigantesca, decisa, sbandierata critica al regime socialista sovietico, trasposta sì in chiave parodistica, ma piena di simbolismi che in realtà sono frecciate nascoste all'assurda politica sociale ed educativa del totalitarismo dell'epoca.
La prima allusione "innocente" avviene in una frase che si scambiano il capo della colonia e la ragazza-leader del gruppo di bambini: lui le chiede di prendere le "istruzioni" (!) per preparare al meglio una parata, lei non riesce a leggerle perchè sono malandate e strappate e gli dice "Sono vecchie!" e lui ribatte: "Sono vecchie ma nessuno le ha mai cambiate" - chiarissimo riferimento alle regole disciplinari inutili ed obsolete, ma imposte dal regime e quindi da eseguire, che plasmano i bambini secondo una disciplina ferrea e stupida che stronca la loro libertà.
Sempre secondo questa logica gli adulti sono il passato, e vengono ridicolizzati al massimo anche nelle fattezze: il professore di ginnastica che viene sempre preso in giro, l'economo che addenta sornionamente un cetriolo con un'aria tutt'altro che intelligente, le infermiere che con allarmismi e movimenti accelerati alla Benny Hill soccorrono i bambini che si sono buttati nelle ortiche non accorgendosi che è tutta una farsa - per contro, i bambini sono il futuro, il rinnovamento, il simbolo dell'assenza di vincoli. Klimov si prende gioco anche della presunta saggezza e rispettabilità delle persone anziane: il protagonista immagina di far morire di indignazione sua nonna per essere scappato dal campo ed aver disobbedito agli ordini ed immagina già tutte le battute che diranno i vecchi al suo funerale e le loro pacchiane ed esagerate esternazioni di dolore (foto sopra).
Per non parlare poi della figura metaforica di Kostja, il bambino ribelle - un "dissidente" che per aver oltrepassato i confini del campo per raggiungere un'agognata isoletta nel mezzo del lago viene cacciato dal campo: corrisponde al cittadino vittima della condotta politica ed ideologica del regime: la chiusura in sé stesso, la soppressione della libertà di espatrio, il che vuol dire l'idiosincrasia per il nuovo e l'attaccamento al vec
chio, al tradizionale, al consolidato, un modo di pensare conservatore fino all'eccesso - a molti artisti non era permesso uscire dallo Stato se non senza aver lasciato in "ostaggio" dei parenti, come garanzia del ritorno in patria: uno degli sfortunati è stato Sergej Prokofieff -. Si noti poi che il ragazzino ribelle in questione, quando immagina che il capo del campo Dynin ha bisogno di una trasfusione di sangue e solo lui ha il gruppo sanguigno uguale a lui, sebbene si offra di prestargli il suo sangue (in modo come al solito surreale) non viene comunque riammesso a far parte del campo: a sottolineare che il traditore dello Stato è condannato per sempre, e nessun favore, nessun comportamento lodevole può cancellare il peccato che ha commesso.
Quella stessa isoletta dove alla fine tutti fantasticamente voleranno (nel senso letterale del termine) non si rivelerà un pericoloso covo della pertosse come credeva (o voleva far credere) l'educatore capo, ma un luogo migliore, con affisso un bel cartello grosso con scritto: DOBRO POZHALOVAT! (Benvenuti!).
Un messaggio serio nascosto sotto una maschera completamente comica: il solito espediente per proteggere le proprie opere scomode dalla censura... e tocca allo spettatore cogliere ciò che c'è dietro ad una battuta apparentemente innocua, interpretare bene le diverse simbologie, capire cosa rappresenta un certo personaggio. Vai Elem!
Regia: Jan Svankmajer
Animazione: Bedřich Glaser
Durata: 30 secondi
Anno: 1989
Flora. Questo titolo può essere semplicemente una parola di derivazione latina (da flos, floris, "fiore"), diventata un termine universalmente compreso per dire "vegetazione", o andando più nello specifico è, nella religione pagana degli antichi Romani, una divinità, la dea dei fiori appunto: forse Svankmajer lo sapeva, quando in questo Flora mise una donna con il corpo formato da verdure di ogni tipo, ammanettata ad uno spoglio letto, con a fianco, su un tavolinetto, un bicchiere d'acqua che non riesce ad afferrare.
In questo lavoro dell'89 - anno fertile per il cartoonist di Praga -, il surrealismo di Svankmajer affronta ancora una volta il mistero dell'esistenza, la vita e la morte, o ancora meglio l'idea del trascorrere inesorabile della vita, ma questa volta unisce questi concetti al suo altro chiodo fisso: il cibo.
Ossessionato dall'imperscrutabilità di quel fenomeno oscuro chiamato morte, Svankmajer ha sempre cercato di esprimerlo e guardare ad esso, sia in ambito visivo che metaforico, in modo sempre diverso. In questo corto decide di interpretare la vita, l'esistenza che trascorre, in modo rigorosamente scientifico, liberandosi di ogni credenza nell'anima o nella vita nell'aldilà, ovvero intendendolo come semplice decomposizione di materia organica, distruzione di particelle, moria di cellule: il nostro corpo marcisce esattamente come verdura e frutta, ed il ritmo è accelerato per sottolineare quanto la sua morte in questo senso sia inevitabile, inarrestabile, ineluttabile, sia sempre più vicina ogni secondo che viviamo - una concezione quindi decisamente pessimistica e macabra.
Se già in altri corti molto più lunghi Svankmajer dimostrava una capacità di sintesi e di condensazione concettuale massima, qua supera sé stesso, tirando fuori dal cappello un lavoro dalle molteplici chiavi di lettura in soli 30 secondi effettivi.
C'è però l'elemento del bicchiere d'acqua che ci permette, come forse in nessu
n altro corto dell'autore, di aprirci ad altre interpretazioni ampiamente plausibili, di cogliere un diverso messaggio: questo corto vuole nuovamente essere la rappresentazione di vita e morte? Seguendo la linea di pensiero descritta all'inizio, secondo la quale Flora è la dea romana dei fiori, in esso potrebbe celarsi un messaggio ambientalista: l'umanità sta distruggendo la natura a ritmo sempre più incalzante ed essa muore e si deteriora a vista d'occhio poiché ha le mani legate e non riesce più a raggiungere ciò che la tiene in vita (il bicchiere d'acqua, anch'esso metaforico): stiamo uccidendo quella stessa natura che ci nutre, che ci dà il sostentamento alimentare - non a caso nel corto è composta da frutta, verdura ed ortaggi, non da semplici piante o foglie. Meno probabile ma non impossibile una terza interpretazione: Flora ritrae la solitudine dei malati negli ospedali e nei manicomi, ammanettati a letti spogli e lasciati a morire lentamente, fra atroci sofferenze.
Indirizzo del corto su youtube: http://www.youtube.com/watch?v=np-kFkDLT7k
Non sono un esperto di Lynch, e forse mai lo sarò, e so che gli ammiratori assoluti di Lynch sono tanti in giro; quindi ci tengo a precisare che ciò che sto per scrivere non è un articolo di cinema, ma un'opinione totalmente personale, l'espressione di una perplessità che mi attanaglia da molto. Dato che la visione di The Elephant Man, questo bel film del caro Lynch di una volta, prima del delirio surreale assoluto, me ne ha dato conferma, colgo l'occasione per far notare quanto, secondo me, la sua carriera cinematografica sia stata (e sia?) atipica, cioè non segua un percorso stilistico normale, ma compia durante questo delle deviazioni una tantum, come se la sua automobile ogni tanto perdesse la strada, avventurandosi per viuzze laterali, per poi ritrovare il sentiero principale.
Per rendere l'idea, dobbiamo partire dall'inizio, dalla seconda metà degli anni '60.
Lynch parte in quarta con i suoi primi quattro cortometraggi (Six figures getting sick, The Alphabet, The Grandmother, The Amputee) e col suo primo lungometraggio, Eraserhead nel 1977, che sono lavori già surreali e criptici. Subito dopo la mente che cancella, nel 1980 sforna appunto The Elephant Man, un film normalissimo, che di cervellotico e visionario non ha proprio nulla. Allo stesso modo
, anche se meno accentuato, continuano il bel Dune (che è comunque un film di fantascienza un po' anomalo, riflessivo e un po' visionario) e Velluto blu, così come Cuore selvaggio. Ma è con gli episodi di Twin Peaks (ed il successivo film Fuoco cammina con me) e soprattutto con Lost Highway che Lynch sembra ritornare sui suoi passi, a film intricati ed imperscrutabili. Ma ecco che nuovamente compie una decisa svolta: The Straight Story, che però resterà l'ultima perla fruibile dagli amanti del Lynch "normale", poichè dopo questo road movie il regista riprenderà la strada che aveva percorso in modo sempre più deciso, con Mulholland Dr. ed il recente Inland Empire, strada che ancora percorre e non accenna a lasciare, anche a livello di cortometraggi.
Qualcuno mi dirà forse che è normale, che succede a molti registi: ma con Lynch è invece più che strano, perchè ogni regista che abbia un proprio stile ben definito ha avuto un periodo iniziale anonimo e poi ha iniziato a seguirlo, ad imporlo in tutti i suoi film, oppure ha iniziato seguendolo già (Quentin Tarantino, Tim Burton...); ma mai nessuno come Lynch ha ondeggiato più volte fra visionarietà / surrealismo e film standard.
Insomma, Lynch è uno dei pochi registi che ti propongono due alternative drastiche: prendere o lasciare, o lo si ama o lo si odia. Ma se un cinefilo (come me) inizia l'approfondimento di Lynch con film come The Elephant Man, Una storia vera o Dune, la scelta che farà, di fronte a ben tre ottimi film, sarà quella di prendere. E magari quando si troverà ad affrontare Mulholland Dr. subirà una cocente delusione (sempre come è accaduto a me...)
Come mai allora questo strano, misterioso viaggio intrapreso da Lynch? Finché qualche fan non me lo spiegherà, per me questo rimarrà un mistero...